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José María Elorrieta – La morte viene da Madrid


8.7
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José María Elorrieta – La morte viene da Madrid

Overview

Relating: Il regista di Cult Movies spagnolo José María Elorrieta e il suo film “ritrovato” El espectro del terror (1972) 7.6/ 10

Note: Con lo scopo di preservarne la qualità, il Cav. Calogero Scilla, ex gestore del Cinema Due Torri (1957-1982) di Naro (Agrigento), trasferisce negli archivi di DBCult Film Institute il film in pellicola 35mm El espectro del terror (1972), diretto da José María Elorrieta per la Films Internacionales (FISA) e distribuito in Italia con il titolo Deviazione.

Author: Antonio La Torre (Palermo, )

Research and coordination: Manfredi MazzèFulvio Fici

Thanks: Javier G. Romero (Bilbao, Spain)

Gallery photos:18

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Ritrovato un film fondamentale della cinema fantastico spagnolo

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Le ossessioni del mostro raccontate da José María Elorrieta, prolifico regista del “cinema di genere” e della “Transición” iberica, in uno dei film horror “scomparso” da decenni

All’inizio degli anni ’70 Madrid iniziava a scuotersi da un immobilismo socio-culturale vessatorio, e trovava nel cinema una delle forme artistiche di recupero sociale. Erano gli anni d’oro del Cine Español de la Transición y de la Democracia (1973-1982), periodo in cui un intero Paese cambiava profondamente il modo di fare cinema, con un graduale, ma costante recupero della libertà di espressione. Ecco che il cinema spagnolo fornisce un apporto formidabile al “cinema di genere”, realizzando spesso delle co-produzioni con altri Paesi, soprattutto con l’Italia e la Francia.

Il cineasta José María Elorrieta – già operativo dal 1945, dopo aver diretto l’attrice cult Soledad Miranda in Canción de cuna (1961) e La bella Mimí (1963) – si conferma uno dei fautori di questo cambiamento realizzando opere significative, e riferendosi ai vari generi cinematografici. Si avvicinerà timidamente alle tematiche “fantastiche” realizzando commedie come El diablo en vacaciones (1963), Una bruja sin escoba (1967), La esclava del paraíso (1968), e confezionerà manufatti dignitosi di stampo avventuroso come Los conquistadores del Pacífico (1963), El tesoro de Makuba (1967), El halcón de Castilla (1967), La muchacha del Nilo (1969), oltrechè diversi Western di maniera. Attraverso la cinepresa di Elorrieta passano i nomi noti e quelli quasi ignoti del “cinema di genere” iberico.

Sul finire degli anni ’60, dopo la realizzazione del Thriller Las joyas del diablo (1969) e prima di concludere la sua carriera col Western Si quieres vivir… dispara (1975)Elorrieta offre simbolicamente le opere del suo ingegno al genere Horror, realizzando tre opere che è opportuno tenere in debita considerazione, per i contenuti e per la notorietà che danno allo stesso. Las amantes del diablo (1971) viene realizzato in co-produzione con l’Italia, dove viene distribuito come I diabolici convegni. Il film è basato su messe nere e riti propiziatori all’interno di un castello caliginoso. La llamada del vampiro (1972) è una classica storia vampiresca di grande atmosfera noto anche come The Curse of the Vampyr, dove Carl von Rysselbert, il vampiro, viene interpretato da Nicholas Ney, fratello di Aramis, protagonista nel film successivo El espectro del terror (1973), – distribuito in Italia col titolo Deviazione – manufatto finale del trittico. Le tre opere sono legate fra loro da determinate affinità, ma rimangono autonome. Se dei primi due film ne è possibile la visione e lo studio, scandagliando i contenuti in modo luculento, il terzo è stato considerato “impossible to watch” fino al suo recente ritrovamento in pellicola. Nel corso degli ultimi anni, il film è rimasto curiosamente ignorato dalla critica cinematografica spagnola e dalle diverse pubblicazioni andate in stampa in Spagna.

Ecco che ci si siede, si spegne la luce ed inizia il film

Su una cosa siamo d’accordo tutti: la periferia madrilena degli anni ’70, secondo Elorrieta, era l’ombellico dell’emarginazione metropolitana di quel Paese. Dove mancava la consuetudine dei rapporti umani, oppure vigeva la condizione diffusa di avvilente inferiorità. Il regista la elegge a culla del disagio, dove l’urlo dilacerante degli esclusi e gli schiaffi che ricevono dalla rinuncia diventano allegoria di una condizione universale. Un uomo può vivere a lungo convivendo con i suoi disastri mentali, dissimulandoli, immobile. Per sprofondare nella sua malattia a poco a poco, sotto il peso delle esperienze sbagliate, dei dolori e delle passioni. Di colpo le braccia, che gli servono per abbracciare tutto, diventano troppo corte.

Elorrieta, usando lo pseudonimo di Joe Lacy, gira El espectro del terror (1973) per raccontare – usando tutti gli stilemi – le condizioni di asservimento spirituale e il degrado dei valori umani in cui vive un uomo psicotico con un livello di malessere elevatissimo; un reduce del Vietnam trasferito in Spagna, afflitto da allucinazioni uditive, dissimulate magistralmente, che lo inducono ad uccidere giovani donne strangolandole con le mani, con calze di nylon e altre modalità seriali. Gli standard di vita quotidiana danno allo psicopatico un’identità poco umana e piuttosto surreale, spesso onirica, rendendolo particolarmente angosciante. Le continue “soggettive” sul volto sfatto del maniaco e i suoi occhiali tondi, sporchi e corrosi dal sudore, rimarcano questo effetto.

Si gira a Barajas, Torrelodones e Aranjuez… la polvere non manca. Visioni pietrose, brulle, monotone, e di rado il complesso delle strutture sceniche, che raffigurano i luoghi dell’azione, è stato così pieno di triste desolazione

Aramis Ney ci sembra a suo agio nel ruolo dell’insano. Viso da hippy alienato, incedere ondeggiante, corpulento e squinternato. Questo è Charlie, dipendente dell’aeroporto madrileno, nel ruolo di autotrasportatore delle lavanderie. Assume droghe pesanti e vive in solitudine in una villetta liberty ridotta a letamaio, con giardinetto annesso, dove alleva la capra da cui si allatta direttamente ogni giorno. Le uniche compagnie sono i suoi feticci freudiani: bambole dondolanti, foto appese, carillon stonati, lingerie assortita… e gli scarafaggi sul letto, che, frutto delle allucinazioni zooptiche, lo tormentano negli accaldati pomeriggi madrileni. Ma la zoopsia e le turbe sessuali non sono gli unici suoi problemi, com’è intuibile. I sotterranei della villetta ospitano, tra gli altri aggeggi e ferrovecchi, un grande calderone perennemente fumoso e ribollente, dove lo svitato finisce i poveri resti delle malcapitate. Le sue deviazioni trovano facile eco nella passione per le giovani donne. In particolare, in questo Horror di Elorrieta, che non smentisce l’ormai proverbiale “astensionismo” delle istituzioni sanitarie; ma, almeno, ne attutisce la totale latitanza tipica di quel periodo. Una delle ragazze prese di mira è Maria Preston (Maria Perschy), hostess dell’Iberia.

La segue come un’ ombra, e la ragazza è costretta a consultare uno psichiatra (Sancho Gracia) affinché possa sostenerla evitandole crolli psicologici. Ma lo “spettro” la tampina, la molesta. Lei lo vede, lo teme… anche quando non c’è. Per le strade di Madrid, all’aeroporto, nel garage sottocasa. Riesce a sfuggire fortuitamente più volte. Ma Charlie non demorde, e nel frattempo, porta a casa altre vittime incaute. Un giorno la stessa Preston viene catturata e condotta nella stamberga. Di lei, Charlie, tiene le foto appese al muro. Sorprendentemente Charlie la trascina, dopo una colluttazione, nello scantinato, ma non la finisce, anzi la supplica di aiutarlo. In realtà qui emergono i lati umani di Charlie, serial-killer psicotico ed innamorato della Preston. Ma l’epilogo non sfugge al destino che Elorrieta impone. La ragazza fugge terrorizzata e inseguita dal folle, che, nel disperato tentativo di raggiungerla, viene travolto da un treno in corsa lungo la ferrovia.

Il cineasta iberico mischia eventi incresciosi destinati alle platee degli amanti del genere e non solo, attraverso il connubio, talvolta incerto, della libertà di azione del “mostro” e l’ngenuità delle ragazze sacrificate al suo delirio

La regia si concede anche qualche denuncia rispetto al sordido atteggiamento di alcuni medici psichiatri, non privi di interessi poco nobili e con qualche disinganno. Elorrieta guida con ossessione la squadra recitativa, alimentata da attori motivati. E slitta, a suon di nenie inquietanti composte dal fratello Javier, sugli esiti dannosi della guerra vietnamita e sulle devianze erotomaniche, studiate a suo tempo da Freud. Non esiste però la dittatura del protagonista, durante la sua vicissitudine esistenziale. Al contrario, Charlie e la Preston talvolta scompaiono, e la patologia psichiatrica ruba la scena.La malattia mentale è la vera protagonista del film. Questo messaggio resiste all’usura del tempo, anche se, rivedendolo oggi, ci arriva ammorbidito e un po’ privo di arguzia o, addirittura, di facoltà selettive.

Ci sembra però forzato e frettoloso l’adattamento reducistico alla realtà sociale spagnola. In compenso riesce a dare una definizione realistica dell’emarginazione sociale e delle sue rischiose conclusioni, facendo somigliare il personaggio centrale – in una logica orrorifica – ad uno zombi vorace di aitanti ragazze, che, con gagliardia, propaga l’angoscia nei sobborghi di Madrid.

Ancora una volta, il cinema di genere insegna: finito il film e riaccendendo la luce, si può abbozzare qualche riflessione non effimera davanti allo schermo spento. Dopo aver visto un film… “di genere”.

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AuthorAntonio La Torre
LocationPalermo, Italy
Publisher / IssueCopyright © 2011 DBCult Film Institute / © 2011 Antonio La Torre
DateFirst publishing: February 2009 / Second publishing: 1 October 2011
TypeArticle
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